Se la cura è complementare

A Firenze una ragazza sedicenne diabetica muore dopo aver interrotto l’insulina su “consiglio” di una “naturopata”: la “curatrice” americana Marjorie Randholf che aveva sostituito la terapia insulinica con un cocktail di vitamine è ora indagata per omicidio volontario ed esercizio abusivo della professione medica. In Trentino un magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio di un medico ajurvedico per il caso del bimbo di 6 anni, malato di fibrosi cistica, morto nel 2006 in seguito alla sospensione delle terapie tradizionali, sostituite da una cura ajurvedica. I due fatti di cronaca in drammatica successione hanno riacceso le polemiche sulle cosiddette “medicine alternative”, che sono state messe in unico calderone (agopuntura e omeopatia comprese), di credenze e pratiche anti-scientifiche, di ritorno alla “stregoneria” e al “magico”. Il mondo della medicina complementare si è immediatamente ribellato: durissimi comunicati della Rete Toscana di Medicina Integrata (RTMI), di Omeoimprese, l’associazione delle aziende produttrici di medicinali omeopatici, sia contro i mass media, sia per chiedere una chiara legge sulle complementari e sulla formazione degli operatori. Ma come possono tutelarsi i cittadini? E gli addetti ai lavori? Intanto sull’omeopatia e le altre terapie non convenzionali si sono abbattuti per l’ennesima volta scetticismo, sospetti e interrogativi. Con un eccesso di disinformazione, perché, come ormai da anni cercano di dire gli esperti che hanno dato vita ad ambulatori pubblici in molte Regioni, agopuntura, fitoterapia e omeopatia non sono “alternative” ma rientrano nella medicina integrata o, appunto, complementare. Nel caso della sedicenne ricoverata al Meyer di Firenze e poi deceduta, l’omeopatia, tirata in ballo all’inizio, non c’entrava niente. Christian Boiron presidente della omonima azienda leader mondiale dei prodotti omeopatici, ha sempre sottolineato che “l’omeopatia non è una filosofia, non è una religione ma soltanto un insieme di medicamenti specifici, definiti dalla farmacopea internazionale. Medicinali che il medico deve conoscere bene per poterli utilizzare nel modo giusto e nei casi giusti”.

Questione di sicurezza
Le tre principali medicine non convenzionali cui ricorrono, si calcola, 9 milioni di italiani, sono diventate un ‘opzione terapeutica accessibile. Sono 18 mila i medici, gli odontoiatri e i veterinari che le impiegano. I cittadini però chiedono garanzie di sicurezza e di efficacia per evitare errori drammatici. E’ possibile? “Tragedie come queste sono frutto di ambiguità purtroppo mantenute dalle istituzioni”, dice Simonetta Bernardini, pediatra ed endocrinologa, oltre che presidente della Società italiana di omeopatia e medicina integrata (Siomi). “Manca una normativa nazionale che chiediamo da anni, c’è confusione tra discipline bionaturali esercitate da operatori non medici e medicine complementari riconosciute quali “atto medico” dalla Federazione nazionale degli ordini dei medici e degli odontoiatri, quindi praticate esclusivamente da laureati in medicina e chirurgia. Così l’omeopata deve conoscere sia la medicina classica che quella omeopatica”. In oltre dieci anni gli ostacoli superati sono stati davvero pochi: nel 1995 il rimedio omeopatico è riconosciuto come medicinale che si può vendere solo in farmacia; nel 2002 la Fnomceo riconosce al medico la pratica delle medicine non convenzionali (Mnc); nel 2006 il prodotto omeopatico è normato all’interno del codice unico del farmaco, anche se non è permesso alle aziende di riportare sulle confezioni posologia e indicazioni terapeutiche; nel 2007 la Toscana con la legge n.9 regolamenta le complementari, le inserisce nei Livelli essenziali di assistenza: i cittadini possono accedere ai servizi di agopuntura, omeopatia e fitoterapia con un ticket di 19,60 euro.

Integrazione?
Il processo di integrazione è in atto anche se avanza lento nel nostro più che in altri paesi, perché il discredito lo rallenta. Questo percorso è basato su un offerta sanitaria che integra medicina convenzionale e non. Un obiettivo necessario nella prassi clinica che presuppone interdisciplinarietà e un rapporto di cooperazione tra medico e paziente. Le critiche all’omeopatia riguardano la carenza di trial, ossia di studi sperimentali sull’efficacia che però non vengono neppure favoriti. Tuttavia non mancano nelle patologie cronico-recidivanti.

Il pediatra Macrì
“Serve più preparazione”

“Fortunatamente nella tragedia avvenuta a Firenze non è rimasta coinvolta l’omeopatia, anche se dai mass media è stata messa sotto accusa tutta la medicina non convenzionale, a differenza di quanto accade se a sbagliare è un medico convenzionale: in questo caso non viene messa all’indice un’intera categoria”, afferma Francesco Macrì, pediatra e omeopata all’Università “Sapienza” di Roma. “Ma quel che è avvenuto deve far riflettere profondamente su due urgenze “, prosegue Macrì. “La prima riguarda la preparazione del medico di medicina complementare (attualmente si diventa “esperto” dopo un semplice corso post-laurea, ndr), che deve essere ben documentato sia sulle possibilità offerte da queste medicine sia sui loro limiti.  La seconda, la necessità di inserire negli ospedali figure di riferimento con cui i medici tradizionali possono confrontarsi. Il criterio per decidere se attuare o meno un intervento non convenzionale si basa non sulla gravità della patologia quanto sulla sua reale utilità ed efficacia nel trattare una specifica malattia. Nel caso della povera ragazza Clara”, dice Macrì, “l’atteggiamento più logico sarebbe stato proseguire con l’insulina, terapia salvavita che nessun medico che esercita, in scienza e coscienza, le non convenzionali si sognerebbe mai di sospendere; la cura si poteva accompagnare con un approccio complementare per i disturbi collaterali. Questa è la giusta strategia per tante altre malattie”.

Di Maria Paola Salmi

Notizia del 14 Luglio 2008