Menopausa: Terapia sostitutiva
La terapia ormonale sostitutiva ha suscitato dubbi fin dal suo apparire 70 anni fa. Ecco le certezze cui oggi siamo arrivati.
Che cosa dovrebbe sapere una donna che entra in menopausa a proposito della terapia ormonale sostitutiva? Prima di tutto, che la menopausa non è una malattia, anche se può dare fastidi. E che la terapia ormonale sostitutiva non è la panacea: può essere utile se vampate, sudorazioni e irregolarità del sonno sono importanti e persistenti, ma va assunta alla dose minima efficace, per il tempo strettamente necessario, perché può comportare rischi. È questo il “succo” del documento conclusivo della recente Conferenza di consenso “Quale informazione per la donna in menopausa sulla terapia ormonale sostitutiva”, uno strumento nuovo sotto molti aspetti, per un argomento controverso. La Conferenza di consenso, iniziativa del Progetto PartecipaSalute (coordinato dall’ Istituto Mario Negri) e del Sistema Linee guida dell’ Istituto superiore di sanità, ha coinvolto non solo i medici, ma associazioni di pazienti e consumatori, ricercatori, giuristi, comunicatori. «Il lavoro è partito nel giugno scorso - dice Paola Mosconi, del Negri - con regole precise, dichiarate e trasparenza sui conflitti di interesse, con strumenti operativi originali per i tre gruppi di studio (uno clinico, due dedicati all’ informazione specifica e ai media) e con indagini sulle esperienze delle donne e sull’ atteggiamento dei medici». L’ obiettivo: arrivare a opinioni condivise per suggerire quale informazione è opportuno e corretto, allo stato delle conoscenze, fornire alle donne per permettere loro scelte consapevoli. Adesso i documenti della Conferenza sono tutti consultabili sul sito http://www.partecipasalute.it. Il bilancio rischi-benefici degli ormoni sostitutivi è un tema discusso da oltre 70 anni, (fin dall’ arrivo del primo estrogeno orale nel 1933), una storia contorta di ricerche che ora hanno decantato nuovi vantaggi, ora hanno smorzato gli entusiasmi e con veri colpi di scena, come lo studio WHI (Women’ s Health Iniziative) interrotto anticipatamente nel 2002 quando gli svantaggi della terapia ormonale apparvero nettamente prevalere sui benefici attesi. Uno studio che, nonostante limiti e critiche, dimezzò in tutto il mondo il ricorso alla terapia ormonale. Ma a tutt’ oggi si registrano posizioni scientifiche, raccomandazioni cliniche, informazioni anche in pieno disaccordo tra loro. «Dall’ indagine da noi condotta in 5 regioni, su 720 donne tra i 49 e i 55 anni - conferma Serena Donati, dell’ Istituto Superiore di Sanità - emerge che oltre la metà non ha avuto informazioni su menopausa e terapia ormonale sostitutiva. Tra chi ne ha parlato con il medico, un terzo è insoddisfatta delle informazioni avute, centrate molto più sui vantaggi che sugli svantaggi della cura». Una situazione quanto meno confusa, che trova riscontro sia nelle indagini sull’ atteggiamento dei medici (c’ è chi è convinto assertore degli ormoni e chi non li prescrive «mai»), sia negli opuscoli di varia fonte destinati alle donne. «Sintetizzando, sulla base di una trentina di Linee guida internazionali - spiega Paolo Zola, professore associato di ginecologia e ostetricia dell’ Università di Torino, portavoce del Gruppo di studio clinico - si può affermare che alle pazienti va detto questo: la terapia ormonale aumenta, con incidenze diverse, il rischio di tumore al seno, di incidenti cardiovascolari (ictus, infarto e trombosi venosa). E a proposito degli effetti preventivi attribuiti alla somministrazione di ormoni va precisato che una riduzione del rischio di fratture per osteoporosi si ottiene solo con assunzioni per più di 5 anni e che il beneficio svanisce dopo la sospensione. La prevenzione dell’ incontinenza urinaria e del deterioramento delle funzioni cognitive, infine, non è documentata». Dal Congresso mondiale sulla menopausa, appena tenuto a Madrid, però, c’ è chi rilancia l’ ipotesi che (in donne sane di 50-59 anni) la terapia sostitutiva con soli estrogeni abbia un effetto protettivo cardiovascolare e quella estroprogestinica sulle ossa e sulle capacità cognitive. Il professor Zola non si stupisce: «Questo fatto non è in contraddizione con le conclusioni della Conferenza di consenso, che non può e non deve rincorrere l’ ultimo studio pubblicato. D’ altra parte è da valutare l’ utilità pratica di una prevenzione delle fratture nell’ età in cui il rischio è molto basso. Lo stesso discorso vale per l’ ipotesi di una protezione dall’ aterosclerosi: la Conferenza di consenso indica la necessità di realizzare, su questo e altri temi, nuove ricerche condotte in modo corretto e soprattutto indipendenti, per risolvere i problemi aperti».
D’ Amico Cristina
Notizia del 04 Giugno 2008