Integratori o medicine complementari?

Medicina popolare o medicina “basata sull’evidenza”?

“Se parliamo di fitoterapia – commenta Daniela Giachetti presidente della Società italiana di fitoterapia, la Sifit – non ci sono dubbi: è “vera” medicina, che si basa, appunto, sulle prove di efficacia. I fitoterapici sono farmaci a tutti gli effetti, registrati come tali e sottoposti al vaglio della ricerca scientifica”. Ne sono esempi gli estratti di Serenoa repens per l’ipertrofia prostatica o di mirtillo per la cura di disturbi della vista, venduti in pillole dal farmacista. Ma sono pochi, un centinaio.

“Ci sono poi i preparati galenici – continua Giachetti che lavora all’Università di Siena – prescritti sempre dal medico e preparati direttamente dal farmacista”. Ma non sono molto diffusi.
Tutto il resto è erboristeria, in miscele di erbe o in pillole e fiale preparate industrialmente e vendute come “integratori alimentari”. Migliaia di prodotti che ancora oggi, almeno in Italia, non sono regolati da una legge che ne stabilisca dosi, efficacia, sicurezza e qualità, ma che spesso hanno una vera e propria attività farmacologica.

“Farmaci venduti sotto mentite spoglie che possono anche procurare danni – dice ancora Giachetti. Le piante, del resto, sono veri e propri laboratori di principi attivi che vengono fabbricati come armi di difesa contro l’ambiente ostile fatto di predatori, per esempio, oppure contro i danni da inquinamento o da raggi ultravioletti: tutto quello che funziona per la pianta funziona anche quando viene isolato e somministrato all’uomo. È per questo che è indispensabile una regolamentazione. Una proposta di legge che per la verità si è arenata in Parlamento, vuole mettere ordine nelle cosiddette medicine complementari. Ma la Sifit vorrebbe che la fitoterapia fosse stralciata e chiede una normativa specifica per i farmaci vegetali”.

Una direttiva europea, peraltro già recepita dall’Italia, introduce invece il concetto di “farmaco tradizionale”: tutti i prodotti vegetali usati dalle medicine tradizionali (come quella cinese o indiana ayurvedica) possono essere considerati farmaci a patto che siano in commercio da più di 30 anni e se ne documenti la qualità. Efficacia e sicurezza sono date per dimostrate dal lungo utilizzo. Per i prodotti, invece, che non hanno compiuto i 30 anni di presenza sul mercato non rimane la strada della ricerca che ne provi sicurezza, efficacia e qualità o quella della vendita come galenico.
Questo secondo percorso non conviene ai produttori di integratori alimentari, che rimangono quindi fuori controllo, salvo una notifica al Ministero della salute al momento della commercializzazione. E possono quindi oscillare fra due estremi: o l’inefficacia o “l’eccessiva efficacia”, cioè la tossicità.

“Ammettiamo pure di avere a disposizione un estratto di pianta valido; - spiega Giachetti – il problema è anche quello della formulazione che ne determina la biodisponibilità nell’organismo. La digossina, tanto per fare un esempio, è estratta da una pianta ed è attiva sul cuore, ma se, per paradosso, la metto nel cemento, non funziona più”. La fitoterapia deve essere praticata dal medico che prima deve porre una diagnosi e successivamente suggerire, se è il caso, l’alternativa fitoterapica, in una prospettiva di complementarietà.
E proprio in quest’ottica è stato appena inaugurato a Siena, al policlinico Santa Maria alle Scotte, un servizio di fitoterapia articolato in più ambulatori, il primo di questo genere in Italia (in Toscana è attivo da anni un centro di medicine naturali all’Ospedale San Giuseppe di Empoli).

“Gli specialisti di alcune discipline tipo la ginecologia o le malattie del metabolismo – spiega Giachetti – imparano a usare dieci o venti piante che possono essere utili nelle malattie di loro competenza. Per esempio, prima di prescrivere una statina per abbassare il colesterolo, si può provare con l’estratto di carciofo. O suggerire il ginkgo biloba, che in Germania è registrato come farmaco, ai paziente con Alzheimer”.

Adriana Bazzi

Notizia del 11 Marzo 2008