Le erbe biotech
Un grande progetto, l’Erbaloma, vuole studiare con metodi scientifici le piante, migliaia, dell’antica medicina cinese.
Per loro è un progetto ambizioso quanto lo è stato per noi quello del Genoma, la decifrazione del patrimonio genetico umano, ma, se possibile, ancora più arduo. L’Erbaloma è l’ultimo macroscopico segnale della modernizzazione della Cina: un programma di ricerca che vuole svelare con i metodi della chimica e della farmacologia occidentali che cosa si nasconde nella medicina tradizionale cinese. Un labirinto di rimedi, ben 400.000, che attingono a 10.000 piante e a molto altro.
Rimedi, fufang: miscugli di erbe (fino a 50 in ognuno di essi), di prodotti di origine animale (dalla colla di tartaruga al corno di rinoceronte alle perle macinate), di minerali, spesso metalli pesanti. A capo del progetto Xinmiao Liang, chimico con formazione “tedesca” dell’istituto Dalian, una delle istituzioni più importanti dell’Accademia cinese delle scienze, che ha ricevuto dal governo 5 milioni di dollari per sviluppare metodi di purificazione delle intricate miscele curative. Altri 70 milioni sono in arrivo dal ministero della scienza e della tecnologia.
Un tentativo di occidentalizzazione che si scontra con grandi difficoltà. Come ammette lo stesso Liang, intervistato dalla rivista Science,la cromatografia, metodo che consente di isolare i componenti di una miscela a seconda del diverso picco che questi registrano su carta, quando analizza un rimedio cinese riesce a separare gruppi di sostanze, ma non i singoli elementi. È come avere a che fare con una matrioska che al suo interno nasconde non dieci, ma mille minuscole entità. Ammette la difficoltà Liang: “L’Hong Hua, ad esempio, una miscela che si usa per lenire i dolori muscolari contiene 10.000 composti; ne conosciamo soltanto 100”. Ma prosegue fiducioso: “È la sfida del progetto Erbaloma; dobbiamo inventare nuovi metodi di studio. Anzitutto bisogna distinguere all’interno di questi miscugli le sostanze curative da quelle tossiche (problema non indifferente, la contaminazione è altissima, n.d.r.). Per farlo abbiamo messo a punto una tecnica che riesce a fare uno screening dei composti grazie al loro legame, o meno, a certe proteine-spia”.
Ma c’è chi sostiene che dietro tanto entusiasmo ci sia solo un’astuta politica di marketing. È il mercato occidentale, più che la sua farmacologia, a fare gola?
“La Cina ha tutto l’interesse a rendere esportabile la sua medicina, ma l’operazione in corso è interessante – risponde Franco Francesco Vincieri, professore di tecnologia farmaceutica all’università di Firenze, che dal primo viaggio nel 2004 in Cina con l’allora ministro Girolamo Sirchia si è appassionato alle erbe cinesi e le studia –. La complessità di questi preparati è inestricabile, ma bisogna focalizzare l’attenzione su certe erbe, tralasciando il folklore. Faccio un esempio: la Salvia miltiorrhiza, le cui radici vengono utilizzate dalla medicina cinese per curare le malattie cardiovascolari. In effetti in questa pianta è presente una sostanza, l’acido salvianolico B dotato di una potente azione vasodilatatrice. Il suo difetto? È un composto instabile; insieme a colleghi dell’università di Tianjin, stiamo studiando come renderlo stabile includendolo in nano particelle. È anche in atto una collaborazione con l’istituto di materia medica di Pechino per analizzare certe droghe vegetali che sembrano avere proprietà antitumorali. E due ricercatori cinesi verranno presto da noi per condurre insieme questo lavoro. L’Erbaloma non è un progetto impossibile; è solo lungo e faticoso”.
Come la mettiamo con la verifica sul paziente? La medicina cinese non conosce i nostri metodi. “Anche su questo fronte è in corso un grosso sforzo da parte delle istituzioni scientifiche cinesi – risponde Fabio Firenzuoli, fitoterapeuta che, all’ospedale di Empoli, dirige il centro di medicina naturale –. Si è costituito un gruppo di lavoro italo-cinese, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, che porta avanti un progetto di revisione sugli studi che dimostrerebbero l’efficacia di certe erbe nello scompenso cardiaco, nella riabilitazione dopo l’ictus e nella bronchite cronica”.
Ma, al solito, è il mercato americano a fare da apripista. La Tongjitang Pharmaceuticals di Shenzhen, città a ridosso di Honk Kong, sta completando con la Synarc di San Francisco e l’università della California la verifica sulle pazienti dell’efficacia dello Xianling Gubao nel ritardare l’osteoporosi. L’ambizione della ditta? Essere la prima a vendere la medicina cinese “occidentalizzata” nel Paese della Grande Mela.
Franca Porciani
Notizia del 11 Marzo 2008